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Pratica Sperimentale – Episodio 2 : "...e 25 studenti come li segui?"

12 ott
Tempo di lettura: 3 min

Una notte di ormai svariati anni fa, saranno state l’una o le due, ricordo i passi di mia mamma e la sua voce che mi chiedeva: «Cosa fai ancora in piedi?». Era la notte di Santo Stefano. La sera prima avevo ricevuto in dono un set di Lego per costruire un’astronave – ho fatto una ricerca ed era proprio questa, il modello Deep Freeze Defender del 1993 (set davvero fantastico, modulare, colorato, volante...!).


(Non so se ci sia una connessione, visto che da un punto di vista fisico le astronavi in realtà non è che proprio volino, ma anni dopo ho scritto un’intera tesi di dottorato proprio sul volo. Ma questa è un’altra storia.)


Fatto sta che, intorno alle 23:00, i miei genitori erano andati a dormire e io ero rimasto lì, per ore, totalmente immerso nella costruzione. Nella penombra del salotto, la libertà di stare sveglio fino a tardi durante le vacanze e la magia di creare qualcosa con le mie mani mi avevano completamente assorbito. Ricordo di aver montato e smontato alcune parti almeno cinque o sei volte: non capivo a quanti "pallini" di distanza dall'ala o dagli impennaggi di coda andassero fissate. Ma alla fine c'ero riuscito. La voce di mia mamma aveva interrotto quel flusso, ma ero ormai quasi alla fine della costruzione. Non avevo sonno, non avevo fame, non mi serviva nulla: volevo solo finire la mia astronave entro il sorgere del sole per mostrare ai miei genitori quello che ero stato in grado di fare da solo.


Questo ricordo mi si è sbloccato all'improvviso mentre riflettevo su una delle domande più delicate e ricorrenti nei confronti con i docenti di scienze: Sì, ma 25 studenti come li segui?




Gestire gruppi di lavoro con classi giovani ed effervescenti, facendo rientrare l'attività nei 50 o 100 minuti a disposizione, è sicuramente una sfida. L'esperienza di tanti insegnanti con cui abbiamo parlato in questi anni dimostra, però, che quella stessa effervescenza smette di essere un ostacolo e diventa una risorsa nel momento in cui viene incanalata in un'attività manuale, pratica e di prima linea. Anche una classe agitata sa ritrovare un certo grado di concentrazione se gli studenti sono gli attori protagonisti dell'indagine e non semplici spettatori di una dimostrazione alla cattedra.


Per coinvolgere davvero i gruppi e concedere loro la necessaria autonomia, serve però fare un passo indietro: accettare di "perdere" – moderatamente – il controllo della situazione. È un po' quello che fecero i miei genitori quel Natale: darmi la scatola di Lego e andare a letto, sapendo che non rischiavo nulla, e lasciandomi lo spazio per provare, sbagliare e riprovare.


Il processo in classe è qualcosa di molto simile. Significa creare un perimetro sicuro in cui gli studenti possano esplorare i fenomeni in prima persona, senza l'ansia di dover per forza arrivare subito al risultato "giusto" o la paura di sbagliare l'esperimento (del valore dell'errore per chi insegna parleremo in una delle prossime volte).


Certo – sarebbe ingenuo pensare di poter seguire ogni singolo gruppo passo passo. Non è possibile, così come non tutti i gruppi raggiungera‌nno lo stesso livello di approfondimento nel tempo dato. Ma va bene così. È la dinamica naturale dell'esplorazione, accade nei laboratori di ricerca così come nel nostro lavoro di tutti i giorni.




C'è però un punto centrale da tenere a mente. Il mio obiettivo, nella costruzione dell'astronave, era riuscire a finirla entro la mattina successiva per poterla mostrare ai miei genitori e, in qualche modo, confrontarmi con loro, da piccolo individuo a grandi individui. La stessa cosa è essenziale nella pratica di laboratorio. A prescindere dal punto di arrivo di ciascun gruppo, è importante prevedere sempre uno spazio finale di condivisione. Un momento in cui raccontare le proprie osservazioni – che siano semplici o articolate – affinché ogni alunno e alunna si senta ascoltato e percepisca il valore del proprio percorso.


Ripensandoci ora, non ricordo bene se il "Cosa fai ancora in piedi?" di mia mamma fosse un rimprovero o una domanda di stupore. Però so perfettamente che, oggi, il piacere e la soddisfazione che provo montando un mobile IKEA, stuccando un foro sul muro, preparando la cena usando gli avanzi in frigorifero o progettando e assemblando un nuovo kit didattico qui a Kladnee hanno uno stretto legame con il processo di scoperta attiva di quella notte di metà anni Novanta.

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